Comune di Luras

Storia del comune

LURAS - - - - CENNI STORICI - - - - Epoca Preistorica: Nei dintorni del centro abitato di Luras, già Villa Lauras, sono presenti numerosi “Dolmen” e. poco più distanti, ruderi di alcuni nuraghi, testimonianza concreta della presenza di insediamenti umani stabili in tempi molto lontani, che gli studiosi hanno fatto risalire all’era neolitica. - - Epoca Romana: Nessun documento o reperto storico è giunto fino a noi per consentire di far luce sulle vicissitudini di queste contrade durante il periodo del dominio romano in Sardegna, protrattosi per molti secoli. E’ rilevabile, d’altra parte, nella parlata lurese, la presenza di numerosi vocaboli di chiara provenienza latina, conservatisi sino ad ora. - - Epoca Bizantina: Con il crollo dell’Impero Romano segue, in Sardegna, un breve dominio dei Vandali che a loro volta vengono soppiantati dai Bizantini i quali impongono la loro autorità sull’isola. Dell’epoca bizantina, come per il resto della Gallura, è stato tramandato a noi il culto di quei santi che si identificano nella tradizione della chiesa greco-orientale: San Costantino - Sant’Elena – San Michele Arcangelo – San Nicola – San Leonardo, cui furono, e lo sono tuttora, intitolate le chiese che furono parrocchiali dei villaggi esistenti in epoca medioevale nell’attuale territorio di Luras, ed in quello in cui fino all’800 il suo parroco esercitava la giurisdizione, sopravvissute nei secoli grazie alla devozione dei fedeli e giunte fino a noi. Alla tradizione bizantina può essere ascritto anche il culto di N.S. del Buon Cammino,un tempo denominata N.S. d’Itria (o anche S. Maria di Odigitria), festeggiata a Luras ogni anno il primo lunedì di ottobre in concomitanza con la festa Patronale. - - Epoca Giudicale: - - La lontananza, non soltanto geografica, di Bisanzio ebbe come conseguenza l’abbandono della Sardegna a se stessa, costretta ad affrontare con le sole sue forze le incursioni sempre più frequenti e massicce degli Arabi. Il formarsi di una nuova classe dirigente contribuì all’avvio del governo giudicale ed alla successiva suddivisione della Sardegna in quattro Giudicati i quali a loro volta si ripartivano amministrativamente in curatorie e ciascuna di queste comprendeva diverse Ville, ossia centri abitati. In tale epoca Villa Lauras faceva parte della curatoria di Gemini Josso, nel Giudicato di Gallura. Per far fronte al sempre più grave e costante pericolo dei pirati saraceni la Sardegna aprì le porte all’occupazione pacifica di Genova e Pisa. Il Giudicato di Gallura finì nella sfera d’influenza di Pisa il cui dominio si sarebbe protratto fino al 1323. Tra il 1317 ed il 1319, la Repubblica di Pisa, ignara dell’imminente tramonto del suo dominio sull’isola, fece predisporre il “Liber Fondachi” consistente in un elenco delle “Ville” del Giudicato, riportando per ciascuna di esse la somma dovuta a titolo di tributo. Tale libro è il più antico documento ove compare per la prima volta la dicitura “Villa Lauras”, tenuta a pagare annualmente al fisco pisano la somma di £ 10. Gli studiosi sulla base dell’entità del tributo e dai raffronti con ville di altri giudicati di cui sono disponibili maggiori dati, hanno stimato la consistenza demografica di “Villa Lauras”, a quel tempo, in circa un centinaio di anime. La dominazione Iberica, prima aragonese e poi spagnola avviatasi nel 1323 consolidatasi dopo decenni di guerre contro Genovesi, Pisani e Giudicato d’Arborea sarebbe durata fino al 1717. Quattro secoli prevalentemente di malgoverno, caratterizzati dall’inefficace difesa delle coste dell’isola contro le continue incursioni dei pirati barbareschi, che determinarono il progressivo abbandono dei litorali da parte delle popolazioni terrorizzate ed il conseguente espandersi della malaria, già presente sin dall’antichità, causata dalle sempre maggiori estensioni di terre trasformatesi in acquitrini perchè non più coltivate dai contadini costretti alla fuga verso l’interno. L’introduzione del regime feudale da parte degli aragonesi avrebbe inferto un altro duro colpo all’economia prevalentemente agro-pastorale con frequenti carestie e conseguente diffusa miseria e malnutrizione, causa prima dell’espandersi del banditismo da strada. A partire dal Trecento, inoltre, le pestilenze assunsero carattere endemico e le perdite umane ad esse imputabili modificarono radicalmente il tessuto demografico della Gallura. Per quanto non si abbiano dati certi, si può ragionevolmente ritenere che il primo tracollo demografico in Sardegna, e dunque in Gallura, sia da addebitarsi alla pandemia di peste nera che per anni, dal 1347 al 1350, imperversò da un capo all’altro dell’Europa causando un numero di vittime tanto elevato che soltanto dopo un secolo e mezzo le popolazioni dei vari stati raggiunsero nuovamente il livello precedente.In un arco di tempo circoscritto tra l’ottava e la nona decade del trecento, stando alle cronache del tempo, nel 1376, il flagello fece la sua ennesima ricomparsa: una pestilenza di incerta natura ma di particolare virulenza falcidiò la popolazione gallurese già messa a dura prova, a più riprese, da precedenti epidemie, incursioni di saraceni, carestie, guerre e causando letteralmente la scomparsa di molte ville ormai semideserte. I sopravvissuti delle vicine ville di “Silonis”, “Canain”, “Carana”, “Agiana”, “Iscopedu” e “Arsachene”, secondo una consolidata tradizione tramandata di generazione in generazione, trovarono rifugio a “Villa Lauras” risparmiata dal morbo. Da questi terribili avvenimenti deriva la singolare caratteristica di Luras isola linguistica nel cuore della Gallura: i territori delle vicine curatorie, ormai pressochè privi di presenza umana, vennero gradualmente ripopolati da pastori corsi che attraversarono lo stretto di Bonifacio in cerca di pascoli e terre da coltivare. I nuovi venuti introdussero in Gallura il dialetto della loro isola e dettero vita, inoltre, ad una nuova forma di sfruttamento delle terre: l’economia degli stazzi, che in parte sopravvive ancora. Nonostante i gravi e molteplici problemi che travagliarono la vita dell’isola durante la dominazione spagnola e le continue calamità di diversa natura che si abbatterono sulla popolazione, a partire dal 1600 si registra una lenta ripresa demografica, come risulta da vari censimenti ordinati per quantificare il donativo dovuto al Re di Spagna dalle singole Comunità. Il censimento del 1627 riscontra in “Villa Luris” 106 fuochi (famiglie) rispetto ai 125 del precedente censimento. Nel 1688 i “fuochi” sono 145, rispetto ai 307 di Calangianus, 240 di Aggius, 150 di Bortigiadas e 66 di Nuchis. Dieci anni dopo, nel 1698, Luras arriva a n°204 “fuochi” per complessivi 564 abitanti. Epoca Sabauda: Con il trattato di Londra del 1718 la Spagna perdeva il dominio della Sardegna che dopo alterne vicende veniva assegnata al Piemonte. Inizialmente l’amministrazione Sabauda fu improntata a notevole prudenza per cui molte leggi e consuetudini ereditate dagli antichi dominatori rimasero in vigore per l’intero secolo. La svolta si sarebbe verificata con la presenza a Cagliari del Re e della Corte ivi rifugiatasi nel 1799 a seguito dell’occupazione del Piemonte da parte di Napoleone Bonaparte. Facendo ricorso prevalentemente ai dati ed alle notizie riportate nell’opera dell’Angius-Casalis “Dizionario Geografico Storico, Statistico, Commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna”, si rileva che Luras nel 1837 contava 1546 abitanti di cui circa 700 sparsi nelle campagne. La fertilità del suo territorio e la laboriosità soprattutto dei suoi contadini e artigiani consentivano un notevole produzione, in particolar modo, di frumento. bestiame, vino e tessuti di cui una notevole parte alimentava un lucroso commercio con i paesi della Gallura e dell’Anglona, consentendo un notevole sviluppo economico, creando le condizioni per il graduale abbellimento del paese con la realizzazione di palazzetti, strade selciate e fontane e per una maggiore sensibilità ed interesse verso l’istruzione scolastica e gli studi superiori di cui si sarebbero colti i frutti a partire dalla seconda metà dell’Ottocento quando diversi luresi, avrebbero raggiunto la notorietà nel campo della politica, della medicina e della cultura, dando lustro al proprio paese.--------- Luras 31 Gennaio 2009 - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - Di seguito si riporta il testo integrale del “Dizionario Geografico Storico, Statistico, Commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna” edito nel 1837 relativo a questo centro - - - - - - - - - - - - - - - - LURAS, altrimenti LAURAS, villaggio della Sardegna nella provincia e prefettura di Tempio, che si comprendeva nel dipartimento Gemini dell’antico regno di Gallura (vedi articolo Gallura, fasc. 25). La sua situazione geografica è nella latitudine 40° 56' 30", e nella longitudine orientale di Cagliari 0° 3'. Siede sopra l’altipiano di Tempio, in esposizione a tutti i venti, in un suolo secco, dove il freddo è più lungamente sensibile del calore, piove spesso, e dura molto la neve. L’aria è saluberrima. Gli abitanti vanno frequentemente soggetti a malattie di petto, e le febbri periodiche, che si patiscono da alcuni, sono acquistate in altri siti. Il territorio de’ luresi è molto esteso, e quasi in tutte parti montuoso, sebbene non manchino spazi larghi e piani. Tra le eminenze la più notevole si è quella che dicono Serra de Canahini, dalla cui sommità corre il guardo a grandi distanze sopra un paese pittoresco. Le roccie sono graniti di molte varietà. Apronsi qua e là caverne (concas) naturali, dove i pastori e i coloni si ricoverano nelle inclemenze atmosferiche. Le più considerevoli sono, Sa conca de Pabadalzu, Sa conca de Monti-alvu, Sa conca de Valeri, Sa conca de Juanne Porcu. Le selve e i boschi coprono tutte le regioni, dove mal può operare l’arte agraria. Il sovero, il leccio e l’ulivastro sono le specie comuni, sebbene in pochi luoghi vedasi la continuazione che è in altre selve meglio conservate, e ombrato il suolo dalle frondi intrecciantisi. I peri selvatici, de’ quali hanno non piccola parte del nutrimento i porci, qui pure sono numerosi. Le regioni dove predomina l’ulivastro e il pero sono nella cussorgia di Carana, e ne’ confini del territorio verso il greco. Tra i grandi ulivastri del Carana è molto notevole quello che vedesi a 50 passi dalla chiesa campestre di s. Bartolommeo presso le rovine dell’antica terra di Carana. Otto uomini non cingerebbero il suo tronco, sebbene distendessero a tutta la misura le loro braccia; e tanto sono frondosi i suoi rami, che non facilmente vi penetri la pioggia. Nella parte infima del ceppo ha palmi sardi 56, un po’ superiormente 43. Le fonti sono frequentissime in tutte le parti del territorio, limpide le acque che propinano, e salubri; quindi molti ruscelli vi si formano e irrigano le amenissime valli. I più considerevoli sono Sa bena o vena de Silonis, Sa ena de Carana, Sa ena de Pische, Sa ena de Ludinosu, Sa ena de Terrabella, Sa ena de Morigheatis, Sa ena dess’esca, Sa ena de Buscione, Su riu de Molineddu. Scorre in questo territorio il maggiorfiume della Gallura superiore, il Carana, tra sponde amenissime, animato da molte trote e anguille, ed esce da queste regioni più grosso che eravi entrato per tanti tributi perenni che vi riceve, a’ quali si debbono aggiungere nella parte superiore il fiume di Coxigana, a mezzo corso quello di Manisfaladis, e nella parte inferiore il Riu pedrosu. Ne’ tempi piovosi ridondano facilmente per la poca capacità del letto, e danneggiano le coltivazioni. Non pochi lurisinchi danno opera frequente alla pesca, e ottengono un considerevole lucro vendendone ne’ paesi vicini ed in Tempio, e questo sarebbe maggiore se si cessasse dal mal vezzo di infettare le acque con la tassia. I selvatici che più abbondano in questo territorio sono i cinghiali, le lepri e le volpi; e queste molto odiate a’ pastori per la strage che fanno continua nelle greggie. Ne’ volatili le specie più moltiplicate sono le pernici, i merli, i tordi, le gaze, e in una quantità prodigiosa i passeri. Nel fiume frequentano varie specie di uccelli acquatici. Popolazione. Nell’articolo Gallura, sotto l’anno 1837 l’abbiamo distinta nelle famiglie conviventi e nelle disperse, notando nelle 172 famiglie conviventi capi 850, e nelle disperse capi 696; in totale famiglie 259, anime 1546. Certamente che in quest’anno 1842 vi sarà variazione; ma questa non mi è nota, comechè abbia de’ dati per crederla ogni dì crescente. Bisogna essere in quei paesi per poter calcolare prossimamente al vero tutti i numeri statistici. I censimenti parrocchiali sono imperfettissimi, e qualche volta fittizii.Ne’ funerali degli adulti si fa il compianto con tutta solennità di mestizia, e le cantatrici vestite a duolo, con velo bruno e la faccia circondata da una candida pezzuola nella foggia delle monache, disposte presso al feretro tra le parenti del defunto, che dolgonsi di sincero dolore, esercitano il loro ingegno poetico encomiando in versi sciolti le belle qualità dell’estinto o de’ suoi predefunti. Come va crescendo la istruzione religiosa, gli spiriti si purgano delle perverse opinioni, e si moderano le forti passioni di quegli uomini irritabili. Lo spirito della vendetta manca a poco a poco, come osserva ciascuno la integrità e la severità di coloro che sono preposti alla amministrazione della giustizia, e quando è fatta ragione a ciascuno, non sono che i furiosi e brutali che si vogliano, e spesso vilmente, vendicare da sè. Una maggior forza accelerebbe la educazione di questi montanari. Le danze a coro di quattro voci, il bersaglio, e le disputazioni degli improvvisatori, sono le più comuni ricreazioni. Tra le famiglie conviventi, eccettuate quelle de’ preti, de’ maggiori proprietarii e di quelli che si esercitano in qualche professione liberale, le altre sono addette all’agricoltura o alle arti meccaniche. Vi ha un gran numero di fabbri-ferrari, e non pochi falegnami, quindi alcuni muratori, scarpari ecc. I ferrari mettono in commercio le loro manifatture. I lurisinchi sono gente laboriosa. Seminano il campo, coltivano la vigna, e quando vacano dalle opere agrarie allora negoziano e vettureggiano. Sono del pari operose le donne. Tessono la tela e il panno forese per i propri bisogni e gli altrui, vendendone in quantità agli uomini d’Anglona, di Montes e di altri dipartimenti, e quando vanno o a’ propri predii o a’ vicini paesi non lasciano mai la rocca, e filano sempre o passeggino le contrade, o girino nelle piazze, o si fermino e parlino con chicchessia, senza che si mostrino incomodate del peso del canestro che pieno di qualche derrata portano sul capo. Alla scuola primaria concorrono circa venti fanciulli, de’ quali spesso si è lodata la istruzione. Molti uscendo da questo primo insegnamento passavano a imparare la gramatica latina, ed anche le belle lettere in una scuola gratuita, che quei del paese avrebbero voluto perpetuata. Nel paese sono alcune contrade selciate, alcune piazze piuttosto pulite, e molte case belline. Il circondario apparisce amenissimo principalmente nella parte dove verdeggia il suo vastissimo vigneto presso a quello di Calangianus. L’occhio si piace ancor molto nelle altre parti del pianoro intersecato da valli ben irrigate, e adorne d’una superba vegetazione. Agricoltura. I lurisinchi sono studiosi nella cultura de’ cereali, e tanto l’hanno ampliata, che mancando oramai nel proprio territorio siti idonei alla medesima, vanno in territorio altrui per seminare quei tratti che i proprietarii sogliono lasciar incolti. Essi ora si dolgono che i vasti campi di Arsachena per mal consiglio d’un sindaco sieno passati nel dominio di uomini tempiesi; ma forse con un poco più d’arte potrebbero amplificare le superficie cereali entro l’attuale circoscrizione, che potrebbe essere sufficiente a un popolo dieci volte maggiore. Le regioni cereali o vidazzoni sono tre, nelle quali alternativamente si semina in ogni triennio.Il Lurese in generale è più atto alle viti e all’orzo, che al frumento. Si sogliono seminare annualmente starelli di grano 500, ed altrettanti d’orzo. In una piccola parte degli orti si seminano fave, fagiuoli e ceci; nelle altre si coltivano cavoli, lattughe, cipolle, carcioffi, aglio, porri, patate, pomidoro. Il frumento dà ordinariamente il sette per uno, l’orzo il dieci. Le piante fruttifere più comuni sono peri, susini, pini, fichi, e pomi, e non in gran numero. La vigna prospera maravigliosamente in molte varietà di uve. Il vino bianco riesce in generale dolce e vigoroso, ma grave agli stomachi usati a meglio, perchè il vino si mescola quasi per metà con la sappa.Comechè nel cuocere il mosto per farne sappa la quantità del liquido riducasi a meno della sua metà, tuttavolta tanta è l’abbondanza de’ vini, che si possono di continuo nutrire molti lambicchi per l’acquavite, e se ne può fare tutto l’anno un grande smercio con Agius, Bortigiadas, Terranova, La Maddalena, Longone, Oskeri, Ozieri, Tula e i paesi dell’Anglona, perchè si reputa migliore di quello che producesi negli altri vigneti di Gallura. Non sono chiusi grandi tratti di terreno nel territorio, perchè se tutte le aree cinte (le tanche) si sommino, forse non danno un miglio quadrato; ma pare che quindi in poi i proprietarii vorranno aver quei vantaggi, che godono i padroni delle tanche, sì per la conservazione de’ pascoli, come per certe coltivazioni. Negli anni addietro nelle tanche si introducevano gli animali a pascolo, e non mai si seminava, ora si alterna seminagione e pascolo. Pastorizia. Nell’articolo Gallura, dove notai le regioni pastorali, puoi vedere quelle che appartengono a Luras, e il numero degli stazii, come sono chiamate le case pastorali disperse nelle medesime, e quanto, come agli altri pastori galluresi, appartiene anche ai lurisinchi. I numeri ordinari de’ capi del bestiame nelle solite specie erano i seguenti nell’anno, nel quale furono da me fatte le necessarie esplorazioni: Bestiame rude. Cavalle 150, vacche 1000, pecore 3500, capre 4200, porci 1500. Bestiame manso. Cavalli 80, buoi 400, giumenti 100, majali 90. Il bestiame domestico pascola nelle tanche, nelle vigne, con gran nocumento delle medesime. Commercio. Abbiam già notata la vendita de’ vini e dell’acquavite; ora aggiungi i prodotti cereali, formaggi, pelli, cuoi, lane, capi vivi e porci salati, quindi il frutto delle manifatture e dell’altra industria. Prossimamente al vero la somma del guadagno potrà calcolarsi a lire nuove 30000. I trasporti sono sempre difficilissimi per le vie aspre, massimamente presso il paese, e spesso interrotte da’ fiumi. Il Carana non ha alcun ponte, onde che le corrispondenze sono spesso intercette, perchè non v’è modo da traversar senza pericolo la gran corrente. Quando non è in tutta pienezza, i pastori si fanno una comunicazione stendendo delle travi da una all’altra sponda ne’ siti, dove l’acqua scorre fra rupi vicine. Religione. La parrocchia di Luras è sotto la giurisdizione del vescovo di Civita, ed è governata da un vicario perpetuo con l’assistenza di due o tre sacerdoti, a’ quali si aggiunge l’opera di alcuni preti, che non hanno cura d’anime. La chiesa principale, che vantasi come una delle più belle della Gallura, è sotto l’invocazione della SS.Vergine del Rosario: edifizio recente a tre navate che fu eretto per cura del sacerdote Giorgio Scano, il quale molto vi contribuì dal proprio. L’antica parrocchiale, della quale fuori del paese appariscono le vestigia, era sotto l’invocazione di s. Giacomo. Fu distrutta nel 1765 per ordine del vescovo Pietro Paolo Carta, perchè in quel sito era molto esposta alle profanazioni. Le chiese minori sono quattro: l’oratorio di s. Croce presso la parrocchiale; la cappella di s. Giuseppe; quindi la chiesetta di s. Pietro, e l’oratorio delle anime purganti. La principale sacra solennità è per la titolare della parrocchia. Si corre il palio, s’incendiano fuochi artifiziati, si fanno pubbliche danze, si disputa tra gli improvvisatori, e si celebrano grandi conviti per onorare gli ospiti, che convengono da’ vicini paesi. Nella campagna sono altre quattro chiese. Nella regione di Silonis, a un’ora e mezza dal paese, s. Pietro, fabbrica antica a tre navate; in Canaìli, a ore due, s. Michele arcangelo; in Carana, a due ore e mezzo, s. Bartolommeo, e nella stessa regione, ma a un miglio più di distanza, s. Nicolò. Anche queste tre sono costruzioni antiche, e furono un tempo parrocchiali delle popolazioni, che molte gravi sventure annientarono. Il paroco di Luras spiega giurisdizione in varie chiese situate in territorio straniero: 1. in s. Leonardo, cussorgia di Balaiana; in s. Pietro e in s. Andrea, cussorgia di Arsachena; in s. Costantino ed Elena, cussorgia di Scopetu. Questa giurisdizione su quelle chiese, che trovansi tra rovine di paesi distrutti, dice un fatto storico innegabile: i pochi abitanti che erano rimasti ne’ medesimi dopo estinto il restante del popolo, nonvolendo restare in quella solitudine e tra frequentissime reminiscenze delle persone care che avean perduto, principalmente per le pestilenze, si ritirarono in Luras, e così le antiche parrocchie vennero a essere amministrate dal nuovo loro paroco. I terreni di quei paesi furono venduti in seguito, ma la giurisdizione acquistata restò a chi la teneva di buon diritto. Una tradizione costante porta che i cittadini di Arsachena dovendo lasciare, e probabilmente per le infestazioni de’ saraceni, la terra patria in fondo al golfo del suo nome, si ritirassero in Luras. In queste chiese rurali si celebra tutti gli anni la festa del titolare, come fu già notato nell’articolo di Gallura, dove ricorri per vedere le consuetudini che hanno luogo. A dir il vero son piuttosto ricreazioni che altro, eccettuando però quelli che ci vanno per voto, e che fissi nella chiesa non prendono alcuna parte ai soliti divertimenti. Antichità. Restano ancora in questo territorio sei norachi; che quei paesani storpiando la comune parola nuraghe pronunziano runaghe. Sono distinti coi nomi del sito: Runaghe dessa minda de Nughes, Runaghe dessa Palea, che avea intorno altre mura noraciche, Runaghe de Baddighe, Runagone, Runagheddu, Runaghe de Cattari. Presso il Nuragheddu vedesi un arco di pietre, e nel suo mezzo una gran lapida alta e larga circa due metri, che dicono Sa pedra fitta. Vedonsi in altri siti non molto distanti dal paese consimili monumenti, che qui son detti sepulturas de Paladinos, piccole gallerie formate da due mura noraciche, distanti dove un metro, dove più, e lunghe qui 4, lì 6, sebbene non intere, e coperte da enormi lapide lunghe fino 5 metri, larghe 3,50 e spesse 0,80. Queipaesani non credono che la forza degli uomini ordinarii potesse comporle, e sognano giganti che seppellivano altri giganti. Degli antichi paesi, ora deserti, che sono nel dipartimento Gemini, abbiam fatto parola nell’articolo Gallura; or noteremo quelli che sono compresi nel Lurese. Sono essi Silonis, Astaina, Canaìini, Carana, e altro nella regione di Carana, di cui è ignorato il nome. Castello di s. Leonardo. V. l’articolo Gallura, dove abbiam dato la descrizione di questa rocca. - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - A Luras il patriarca degli olivastri millenari d'Europa Luras vanta il patriarca degli olivastri millenari dell’intera Europa e non soltanto della Sardegna: la gente del posto lo ha ribattezzato S’Ozzastru, cioè l’Olivastro per eccellenza. Non è un’esagerazione, visto che i botanici hanno stimato in oltre tremila anni la sua età: un primato che gli consente di detenere il primato di albero più antico d’Italia, secondo le stime del Ministero dell’Agricoltura. In località Santu Baltòlu se ne trovano tanti altri, un po’ più giovani ma ugualmente belli. - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - Gli olivastri millenari di Santu Baltolu di Carana sono inseriti in un incantevole contesto naturale, sulle sponde del Lago Liscia, dove il contrasto tra la montagna granitica e lo stesso Lago dà luogo a un'unità paesaggistica di assoluto valore. Il più vecchio di questi olivastri, s'ozzastru, come viene confidenzialmente ma rispettosamente chiamato dai luresi, presenta a metri 1,3 da terra una circonferenza di circa 12 metri per un'altezza di 8 metri e, secondo alcuni studi, dovrebbe avere tra i 3.000 ed i 4.000 anni di età, il che ne fa uno degli alberi più vecchi d'Europa. Questo "patriarca della natura", dichiarato nel 1991 Monumento naturale ed ormai inserito con grande risalto nelle più importanti guide naturalistiche, rientra oggi nella lista dei "Venti alberi secolari", uno per ogni Regione italiana, da tutelare e dichiarare Monumento Nazionale con decreto ministeriale. La notizia, comparsa sul Corriere della sera ha suscitato notevole interesse attorno a questo che potrebbe essere definito il monumento naturale più importante della nostra isola e forse dell’Italia. Un’attenzione che si è risvegliata in questi ultimi anni: per tremila anni (per fortuna) del Grande Patriarca si sono disinteressati. Persino i boscaioli toscani che hanno rapato i boschi sardi lo hanno risparmiato. Ha rischiato forse di finire la sua lunga esistenza bruciato. Tracce del fuoco sono ancora visibili nella cavità del tronco (ma si pensa che i pastori usassero la cavità per ripararsi dalla pioggia e qualcuno ci ha acceso anche il fuoco senza che l’olivastro subisse danni). Una delle prime descrizioni dell’enorme albero venne fatta dal Casalis nel 1883 per il Dizionario generale geografico-statistico degli Stati sardi: «Tra i grandi ulivastri del Carana è molto notevole quello che si vede a 50 passi dalla chiesa di San Bartolomeo presso le rovine dell’antica terra di Carana. Otto uomini non cingerebbero il suo tronco, sebbene distendessero a tutta la misura le loro braccia; e tanto sono frondosi i suoi rami, che non facilmente vi penetri la pioggia. Nella parte infima del ceppo ha palmi sardi 56”. Poco meno di 15 metri.

Chiesa Madonna del Rosario

Chiesa di San Pietro

Chiesa del Purgatorio

Via Nazionale oggi

Chiesa di Santa Croce